Antonio Smareglia
Antonio Smareglia è il più illustre musicista dignanese del XIX secolo e nacque a Pola nel 1854 da padre dignanese.Egli fin dalla fanciullezza fu sempre un irrequieto, un ribelle, insofferente verso ogni forma di potere limitatorio. Il primo approccio importante con la musica l’ebbe all’età di sei anni quando il padre lo portò a Pola alle prove della banda cittadina, ed il piccolo Antonio ebbe subito un impatto positivo. L’idea di dedicarsi completamente alla musica arrivò all’età di 16 anni, quando decise di imparare a suonare il pianoforte. Nel 1871 cominciò a frequentare il Conservatorio di Milano, ma a causa del suo temperamento irrequieto non conseguì il diploma. Nel 1879, subito dopo aver lasciato il Conservatorio, Smareglia scrisse la sua prima opera “PREZIOSA”: fu eseguita al Teatro “Dal Verme” di Milano riscuotendo un clamoroso successo, tanto da spingere la casa editrice Lucca (oggi Ricordi) ad acquistarla e a stipulare con l’autore dei contratti anche per le opere successive. Nel 1882 scrisse la seconda opera “BIANCA DA CERVIA”, eseguita per ventidue volte, raggiungendo il maggior successo di tutta quella stagione operisitca. Nel 1887 alla “Fenice” di Venezia fu rappresentata la terza opera “RE NALA”.
Il teatro italiano intanto subisce cambiamenti e nel contempo il genio musicale di Smareglia si imbatte in una crisi spirituale. L’Italia chiude le porte a Smareglia che è costretto ad espatriare. Trova ospitalità artistica a Vienna, città nella quale, presso il Teatro Imperiale dell’Opera, nel 1889, viene eseguita la sua opera “IL VASSALLO DI SZIGETH”. Il pubblico gli fa riassaporare il piacere del successo. Le opere di Smareglia vengono eseguite, in quel periodo, anche a New York (al Metropolitan), a Praga, e di nuovo a Vienna. Ma se prima la città austriaca gli diede la forza per andare avanti, ora lo soffoca: le invidie lo ostacolano e lo danneggiano, al punto che Smareglia, deluso, nel 1894, torna nella sua Istria stabilendosi con la moglie a Dignano, alla ricerca della tranquillità d’animo e dell’ispirazione per una nuova opera.
Smareglia trovò ispirazione nella vita rurale di Dignano, negli uomini di campagna e nelle fattezze affascinanti delle giovani donne del paese; con questa nuova opera Smareglia andò oltre la tradizione che soleva proporre drammi storici o veristi. Egli pensò ad un’opera fantastica in cui impersonare le forze dominatrici dell’uomo. Illica si recò a Dignano per stendere insieme il libretto d’opera. Smareglia compone così le “NOZZE ISTRIANE”, ambientate nella sua amata Dignano, diventando un gioiello del teatro lirico italiano.
“NOZZE ISTRIANE” fu eseguita per la prima volta a Trieste nel 1895, poi a Praga in cecoslovacco, a Vienna in tedesco, e alla “Fenice ” di Venezia alla presenza di Puccini che ne fu incantato. Nel 1908 fu eseguita anche a Pola: per l’occasione la città preparò il pubblico per l’ascolto. Inoltre il comitato organizzatore ebbe l’autorizzazione di avvalersi di un treno speciale che permettesse al pubblico comprovinciale di assistere alla rappresentazione. In sala il pubblico andò in delirio.
Nel 1896 scrive un Inno per banda e coro nell’occasione dello scoprimento del monumento a Tartini a Pirano. Nello stesso anno compone anche l’opera “FALENA”, rappresentata a Trieste e a Vienna.
Mentre si accinge a comporre “OCEANA” Smareglia, che era tornato a Milano, viene colpito dalla cecità. Nel 1903 l’opera fu rappresentata alla Scala di Milano sotto la direzione di Arturo Toscanini.
Nel 1906 torna a Dignano. Qui finisce di comporre “ABISSO”, dedicata ad Arturo Toscanini ed eseguita alla Scala di Milano diretta dallo stesso Toscanini, affiancata dalla “Messa” di Verdi.
Gli ultimi anni della sua vita Smareglia li passa a Trieste in tristissime condizioni ed abbandonato da tutti.
Compose una “SALVE REGINA”, un “PATER NOSTRO”, una “AVE MARIA” e due “CANZONI GRADESI” su versi di Biagio Marin. Antonio Smareglia morì a Grado nel 1929. Quando a Dignano, città immortalata con “Nozze Istriane”, ne giunse notizia, la popolazione rese l’estremo saluto al suo artista esponendo alle finestre i vessilli abbrunati.
NOZZE ISTRIANE
Nel primo atto il sipario si alza su un crocicchio di viuzze animate da una folla di popolani e popolane che invocano, ad alta voce, il loro patrono e gli altri santi affinchè le nubi temporalesche che passano su Dignano abbiano a risparmiare i loro campi. Passata la minaccia e ritornato il sereno, Marussa, figlia di Menigo, esce da casa per recarsi a vespro. Intanto Biagio, suonatore di villotte, consiglia Menigo di da sua figlia in sposa a Nicola, ricco possidente che l’ama. Quando Marussa ritorna trova, innanzi alla sua porta, Luze che le offre in vendita delle fragole raccolte nei dintorni. Luze è povera ragazza scacciata da casa e disprezzata dai suoi conterranei per aver avuto un figlio illegittimo. Marussa, dopo aver inteso la sua triste storia, le da’ tutto il denaro che ha con sè. Allontanatasi piena di gratitudine Luze, arriva Lorenzo che ama, riamato, Marussa. Mentre i due amanti si giurano fedeltà e si scambiano i doni, passa, al suono di villotte istriane strimpellate su un violino da Biagio, un corteo che conduce la sposa Minina in casa del marito, figlio di bara Giacomo. Questa fugace visione di felicità realizzata consiglia i due amanti a partecipare agli avvenimenti. Tornato a casa Menigo, Marussa gli confessa il suo amore per Lorenzo, ma il vecchio le oppone un reciso rifiuto.
Nel secondo atto Menigo e Biagio lavorano a distruggere la felicità di Marussa: rimandano a Lorenzo il regalo fatto a Marussa, servendosi di Luze che, poco prima, ritorna riportando il regalo di Marussa. Quando questa rientra in possesso del suo regalo, credendo a una infedeltà da parte di Lorenzo, si dichiara pronta, benchè a malincuore, a sposare Nicola. mentre il fidanzamento ha luogo in forma solenne, in casa di Menigo, nella via si sente il canto disperato di Lorenzo che maledice il giorno in cui conobbe Marussa. Ravvisando in queste grida una provocazione, i convitati si preparano a scendere sulla via per bastonare Lorenzo. Ma questi, informato delle loro intenzioni da Marussa affacciatasi subito alla finestra, si sottrae ai suoi persecutori.
La scena del terzo atto rappresenta la stanzetta di Marussa. Mentre essa sta abbigliandosi per la cerimonia nuziale arriva Luze che le porta, come dono nuziale, un nastro trapunto da lei. Nel corso del colloquio Marussa apprende di qual diabolico intrigo essa fu vittima. Fa venire Lorenzo che informa dell’accaduto e nasconde dietro la tenda. Indi chiama Nicola e in un drammatico colloquio, mentre fuori i convitati intonano una villotta nuziale, lo invita a rinunciare alla sua mano. Siccome Nicola si rifiuta, balza dal suo nascondiglio Lorenzo col coltello in mano. Nicola gli si avventa addosso e lo uccide con la sua stessa arma. (Antonio Tabouret)


